Arriva il part time agevolato previsto dalla Legge di stabilità e attuato tramite un recente decreto del ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Per il vaglio definitivo manca solo la registrazione alla Corte dei Conti.

Chi ne ha diritto

Possono chiedere il part time agevolato solo i lavoratori del settore privato che raggiungeranno la pensione di vecchiaia entro la fine del 2018, che hanno versato almeno venti anni di contributi e che risultano titolari di un contratto pieno e a tempo indeterminato.

Come funziona

Per applicarlo, è necessario un accordo tra il lavoratore e l’azienda che preveda un “contratto di lavoro a tempo parziale agevolato”. La riduzione dell’orario può oscillare tra il 40 e il 60 per cento e la durata dell’orario dovrà essere pari al periodo che manca al lavoratore per arrivare alla pensione di vecchiaia.

Busta paga e pensione

Se l’orario si dimezza, la busta paga dimagrisce in forma minore. Oltre al compenso per le ore lavoratore, il lavoratore riceverà in busta paga una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro sulla retribuzione per l’orario non lavorato. Lo Stato, dall’altra parte, riconosce al lavoratore la contribuzione figurativa corrispondente alla prestazione non effettuata. Per un part time al 50 per cento ci sarà una busta paga corrispondente al 65 per cento circa dello stipendio, ma grazie ai contributi figurativi la pensione, quando arriverà, risulterà intatta.

Le risorse

Per la copertura della contribuzione figurativa, il provvedimento mette in campo 60 milioni di euro per il 2016, 120 milioni per il 2017 e 60 milioni per il 2018. Una volta esaurite le risorse non saranno accolte nuove istanze.

Il calcolo per le donne

La Uil ha sollevato il problema dell’applicabilità per le donne  che rischiano di non poterne usufruire per effetto del diverso requisito anagrafico previsto in questi anni e dell’equiparazione nel 2018 dell’età tra maschi e femmine. Le donne nate nel 1951 – che raggiungerebbero i 66 anni e 7 mesi entro il 2018 sono già uscite con la finestra mobile nel 2012. Quelle nate nel 1952 escono quest’anno con 64 anni mentre quelle del 1953 raggiungeranno i requisiti fuori tempo massimo. Si aprirebbe poi un problema quando, a inizio 2018, verranno adeguati al rialzo i requisiti pensionistici con il rischio di mettere “fuori gioco” alcuni lavoratori che attualmente potrebbero ricorrere al part-time.

Le simulazioni

Come cambierebbe la busta paga dei lavoratori dipendenti del settore privato che decidessero – d’accordo con la propria azienda – di stipulare il “contratto a tempo parziale agevolato” e ridurre l’orario negli ultimi anni prima della pensione?

La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha delineato l’impatto del decreto attuativo del ministro del Lavoro

Se un lavoratore con uno stipendio annuo lordo di 25mila euro (18.936 euro netti, 1.456 per tredici mensilità) si trasformasse in un part-time al 60%, vedrebbe comparire all’ultima riga della sua busta paga la cifra di 15.208 euro (1.169 euro al mese). Gli sarebbero cioè riconosciuti 12.827 euro come quota della retribuzione “tagliata” in base al nuovo orario, ai quali vanno sommati 2.381 euro di contributo del datore di lavoro. Quest’ultimo, infatti, riverserebbe in busta paga esentasse i contributi previdenziali dovuti per la porzione di orario non lavorato. Per la società, il costo di questo lavoratore sarebbe di 22.839 euro (dagli oltre 34mila di costo full-time), mentre lo Stato si sobbarcherebbe un impegno di 3.300 euro di contributi figurativi. Una voce che assicura al dipendente di non limare la sua futura pensione, che sarà la stessa che avrebbe percepito continuando a lavorare a tempo pieno. Se si considera che la legge di Stabilità finanzia l’agevolazione con 120 milioni per il 2017, in questo caso lo Stato potrebbe farsi carico di circa 36mila richieste (una stima al ribasso, perché nel mentre le uscite per pensionamenti potrebbero ridurre gli esborsi complessivi).

Se lo stesso reddito lordo (25mila euro) accedesse a un part-time al 50%, il quadro si modificherebbe: il suo stipendio netto annuo scenderebbe poco sotto 14.200 euro, mentre il contributo a carico dell’azienda salirebbe a circa 3mila euro. Per l’azienda il taglio della remunerazione sarebbe comunque predominante e abbasserebbe il costo del lavoratore a circa 20mila euro, mentre lo Stato dovrebbe far fronte a 4.125 euro di contributi figurativi.

Infine, tenendo ferma la percentuale di orario al 50% e modificando il parametro dello stipendio, si possono fornire altri esempi: uno stipendio lordo di 35mila euro diventerebbe un netto di 18.562 euro (1.427 euro per tredici mesi), salendo a 45mila euro annui il dimezzamento dell’orario porterebbe a un reddito netto di 22.780 euro.

About The Author

Giornalista pubblicista e addetta stampa, attualmente lavora alla Regione Lazio in assessorato al Bilancio, Demanio e Patrimonio. Si occupa di comunicazione istituzionale dal 2006: ha lavorato nell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per gli Affari regionali, occupandosi di dossier e report, e al Ministero dello Sviluppo Economico, curando la comunicazione del programma europeo Poi Energia. E’ appassionata di fotografia e di viaggio, ha realizzato reportage con il marito, fotoreporter.

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